di Stefano Tamburini*
Una brutta cosa, non c’è dubbio. Lo smantellamento di quello che resta del glorioso Gruppo Editoriale L’Espresso non è cominciato oggi ma uno degli ultimi atti, cioè la cessione del quotidiano la Repubblica e delle radio del Gruppo Gedi (nato dalla fusione del Gruppo L’Espresso con Itedi, La Stampa e Secolo XIX), rischia di rappresentare la fine di un’esperienza gloriosa, certamente già minata dalla penultima direzione imbarazzante sul piano delle scelte e della conduzione politica. La cessione della testata a un armatore greco in affari con un Capo di Stato autocrate e sospetto mandante di uccisioni di oppositori è qualcosa di inaccettabile.
Ma al di là di questo c’è anche la tentazione di dire “Ben vi sta!” ai colleghi di Repubblica. Non lo farò ma almeno una cosa devo farla nel dare una solidarietà reale. Devo ricordare l’atteggiamento supponente e anche un po’ vigliacco dei colleghi di Repubblica al momento delle prime cessioni di quotidiani locali. Era il 2016 e il Gruppo Editoriale L’Espresso doveva scendere nella quota di mercato per non oltrepassare la soglia del 20 per cento del mercato nazionale in vista della fusione con Itedi. E allora fu deciso di sacrificare cinque testate locali per una quota che era molto superiore a quella richiesta (fu colta l’occasione di liberarsi di testate poco amate): la Nuova Sardegna, Alto Adige, Trentino, il Centro e la Città di Salerno. Io all’epoca ero il direttore del quotidiano salernitano e ricordo ancora le ultime giornate al fianco di quei colleghi gettati a mare su una zattera tremolante. I due acquirenti erano abbastanza discutibili e ben poco affidabili, al punto che neanche tre anni dopo metteranno in pratica una manovra infame: sciogliere la società che edita il giornale (nel frattempo avevano messo in piedi un meccanismo perverso di scatole cinesi per separare proprietà della testata da quella del giornale) e licenziare tutti sospendendo le pubblicazioni. Qualche giorno dopo riapriranno con un’altra società, altri giornalisti e un giornale che conserva solo nome e grafica di quello precedente.
Conservo vivido il ricordo dell’ultimo giorno con quegli splendidi colleghi, il 31 ottobre del 2016. Stavano vivendo dentro un funerale ma erano loro a tenere alto il morale delle centinaia di persone, soprattutto colleghi, che telefonavano da ogni parte d’Italia per esprimere solidarietà. Loro rispondevano facendo coraggio agli altri e poi, dopo ogni telefonata, mi guardavano e dopo averlo già detto al telefono ripetevano: “È stata una liberazione, non ne potevamo più. Era uno stillicidio quotidiano di incertezze. Se proprio doveva essere, eccoci qua”.
Finì che la notte stessa del passaggio di proprietà, a mezzanotte e due minuti, il Cdr fu convocato dai nuovi proprietari per una sorta di messaggio alla qui comando io, in redazione il giorno dopo spuntò anche un uomo della proprietà a controllare le pagine prima che andassero in stampa per evitare che uscissero cose sgradite agli editori e agli amici degli editori. Eppure, tutto questo era chiaro fin dall’inizio. Eppure nessuno mosse un dito. Sì, certo, i colleghi degli altri quotidiani locali scioperarono, parteciparono abbastanza convintamente alla mobilitazione, perché in qualche modo sentivano che prima o poi sarebbe potuto toccare anche a loro, come poi effettivamente è accaduto. Sì, però va anche detto che un paio di membri del coordinamento di Cdr furono abbindolati (e che non tentino di negare perché a una delle telefonate fra i vertici e uno di loro ho assistito di persona) con la promessa: “Sì, va bene… fate un po’ di casino, ma poi basta. Sappiate che a voi non toccherà”.
E quelli di Repubblica? No, quelli di Repubblica non parteciparono allo sciopero, mandarono due righe di solidarietà come si fa con quelli che si considerano pezzenti. Va detto, loro si consideravano (e si considerano ancora) eletti, puri e superiori rispetto ai pezzenti dei quotidiani locali. Del resto anche il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, nel mese di febbraio del 2020 in un’editoriale fece emergere quella spocchia verso i giornali locali che viene da lontano: “Un giornale da solo può non essere gran cosa: fornisce notizie di un luogo, dei suoi abitanti, di chi passa per sostare un giorno o qualche mese, di chi nasce e di chi muore, dei matrimoni, di un sindaco da eleggere, di un nuovo parroco delegato dalla curia. Insomma, niente più che un bollettino che può essere affisso sulla porta del municipio o della chiesa”.
Per carità, la storia di Repubblica merita il massimo rispetto. E però quei giornali non erano da affiggere sulla porta del municipio o della chiesa. Quei giornali – spesso ultracentenari – erano (e in qualche caso, non tutti purtroppo, lo sono ancora) parte integrante di comunità che sono cresciute anche attorno a quei fogli così disprezzati. No, quei giornali erano molto più che da affiggere sulla porta di una chiesa. Quei giornali stavano nelle case molto più dei giornaloni, spesso venivano contestati, criticati ma in fondo erano amati, perché quasi tutti ci erano finiti dentro, per una bella prestazione sportiva giovanile, per una recita scolastica, per quella volta che erano andati a bussare alla porta di quella redazione perché avevano un problema (una strada con le buche, una scuola dove ci pioveva dentro) e quel giornale facendo le giuste pressioni quel problema glielo aveva risolto.
E farli, quei giornali, costava una fatica immensa, perché quando erano fatti bene erano anche un sano contropotere, senza amici da difendere o nemici da colpire a prescindere. Un bel po’ di tempo fa, quando dirigevo la redazione dell’Agl, quella che si occupava del notiziario nazionale per i quotidiani locali del Gruppo Espresso (smantellata anche quella nel silenzio), ebbi una discussione proprio su questo con uno dei capiredattori, un romanaccio (bravissimo nella scrittura e campione di indolenza) che guardava con un po’ di superiorità tutti quei colleghi che si occupavano delle cronache locali. Un po’ mi vedeva come loro, in fondo ero il secondo direttore (prima di me Fiorentino Pironti) che veniva da quell’ambiente considerato inferiore. Gli altri erano stati tutti cronisti parlamentari o giù di lì. “Vedi”, mi disse un giorno davanti a un caffè, “voi vi siete sempre occupati di consigli comunali, di incidenti stradali. Noi invece di consigli dei ministri…”.”Vedi”, gli risposi, “tu scrivi e il giorno dopo il ministro Tizio e il sottosegretario Caio non sanno neanche chi tu sia, quelli che si occupano di consigli comunali il giorno dopo vanno a prendere il figlio a scuola e all’ingresso ci trovano il consigliere comunale Rossi o il sindaco Bianchi. E quello lo ferma e se non è felice di quel che ha letto glielo fa notare. E la stessa cosa accade al bar, in palestra. Lo stesso vale per gli incidenti…”. Non replicò. Aggiunsi: “Bella la vita dell’inviato, va in un posto, chiama i colleghi del giornale locale, si fa raccontare tutto, poi scrive quel che gli pare e se ne va. Il collega dei giornali locali resta lì, deve vivere dentro quella comunità che racconta, non ha scorte o protezioni. I potenti locali spesso sono prepotenti”.
Ecco, questa idea di disprezzo per l’informazione locale negli ambienti romani è molto diffusa. È una stronzata, certo, ma vaglielo a far capire. Quel giorno quelle righe di Scalfari, che certo volevano esaltare l’innegabile ruolo di baluardo per la difesa di valori fondamentali svolto da Repubblica (ruolo che ovviamente non è in discussione), erano state inutilmente offensive verso un giornalismo nobile e difficile. Che difendo al di là di ogni ipocrisia. Quei giornali erano (in qualche caso lo sono ancora) una gran cosa, una gran bella cosa.
Ecco, ai colleghi di Repubblica con la puzza sotto il naso verrebbe da dire “E ora? E ora cazzi vostri, ben vi sta! Avete ignorato gli altri quando avevano bisogno e adesso che tocca a voi arrangiatevi”. Non lo farò, sarò solidale sia per rimarcare la differenza perché così bisogna fare. Ma confesso che faccio fatica, molta fatica.
*Giornalista e scrittore

