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La Scuola di Barbizon al Museo dell’Ottocento Fondazione Di Persio-Pallotta

11 September 2026 da Redazione

Contadina al lavoro al calar della sera, dettaglio (Goethals)

In mostra 120 opere che raccontano il movimento artistico francese

La natura come maestra, laboratorio e fonte d’ispirazione. È quanto emerge con forza dalla mostra La Scuola di Barbizon: le radici dell’Impressionismo, da poco inaugurata al Museo dell’Ottocento Fondazione Di Persio-Pallotta (viale G. d’Annunzio, 128 – Pescara) e visitabile fino al 9 gennaio 2027. L’esposizione intende far riscoprire il ruolo del movimento artistico francese, inaugurato da un gruppo di pittori che, a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, si dedicò a dipingere la natura dal vero nella foresta di Fontainebleau, nei pressi di Parigi, anticipando la sensibilità e le soluzioni tecniche che saranno centrali nella successiva ricerca impressionista.

La mostra, che espone 120 opere, rappresenta il risultato di circa quarant’anni di ricerca e collezionismo condotti da Venceslao Di Persio e Rosanna Pallotta; tale percorso permette di restituire al pubblico la ricchezza e la pluralità di uno dei movimenti più innovativi della pittura europea del XIX secolo.

Goethals, Contadina al lavoro al calar della sera (dettaglio)

L’evento, patrocinato dal Ministero della Cultura, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dal Consiglio Regionale della Regione Abruzzo, dal Comune di Pescara, dall’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara, dal Teatro Marrucino di Chieti e da La Renaissance Française, si inserisce nell’ambito della Settimana Dannunziana, in programma a Pescara dal 29 agosto al 6 settembre 2026.

Il paesaggio come esperienza sensibile

Tra gli anni Trenta e Settanta dell’Ottocento, il villaggio di Barbizon, ai margini della foresta di Fontainebleau, divenne il punto d’incontro di pittori che sentivano ormai insufficiente l’insegnamento accademico. Théodore Rousseau, Jules Dupré, Constant Troyon, Charles-François Daubigny, Narcisse Virgile Diaz de la Peña, Rosa Bonheur e molti altri portarono i loro cavalletti all’aperto e il contatto diretto con l’ambiente circostante divenne fondamento stesso della pratica artistica. La foresta si trasformò in un grande laboratorio di sperimentazione. Dalle opere esposte appare evidente che il paesaggio nella visione dei barbizonniers non coincide con una semplice riproduzione del reale, ma si configura come un’esperienza complessa, in cui osservazione, memoria e percezione individuale si intrecciano. Lo studio della luce, delle condizioni atmosferiche e delle variazioni stagionali conduce a una nuova relazione con il mondo visibile aprendo la strada all’Impressionismo.

F. Rossano, La raccolta del grano

Un patrimonio da riscoprire

“L’esposizione intende restituire alla Scuola di Barbizon la sua piena autonomia storica e culturale, collocandola nel più ampio contesto del naturalismo francese di metà Ottocento e superando la consueta interpretazione che la considera soltanto una premessa dell’Impressionismo. I suoi protagonisti furono tra i primi ad attribuire alla natura e al paesaggio una centralità inedita, trasformandoli da semplice cornice della rappresentazione a soggetti autonomi”, spiegano i coniugi Di Persio-Pallotta.

Contadina al lavoro al calar della sera di Raymond Eugène Goethals è l’opera simbolo dell’esposizione. La figura femminile che raccoglie le fascine nei campi, avvolta dalla luce calda del crepuscolo, offre un confronto con L’Angélus di Millet. “Se nel capolavoro del Musée d’Orsay la vita nei campi si carica di una valenza sacrale […] Goethals sceglie una via più terrena ma non meno monumentale”.

Di straordinario interesse è anche Les muletiers di Rosa Bonheur, uno dei nomi più importanti dell’arte europea del XIX secolo, di cui si apprezza la precisione nella resa degli animali e l’attenzione per la vita pastorale e rurale. Tra i capolavori esposti figura Les bords de la Loue di Gustave Courbet che attraverso una pennellata vigorosa e materica, restituisce la forza di una natura aspra e primordiale.

Bonheur, Les muletiers

Significativo è anche Intérieur de forêt, attribuito alla cerchia di Théodore Rousseau: uno studio che documenta la pratica del lavoro dal vero. Più lirica e contemplativa appare invece la visione della natura in À l’étang di Léon Germain Pelouse, artista la cui riscoperta è legata alle ricerche di Venceslao Di Persio e Rosanna Pallotta. Con Le ravin d’Optevoz, Charles-François Daubigny rivela la sua raffinata attenzione agli effetti della luce e alle armonie tonali. Possiamo, infine, ammirare uno scorcio autunnale del bosco in Une allée en forêt, effet d’automne di Narcisse Virgile Diaz de la Peña e suggestioni romantiche intrecciate alle osservazioni del vero in Le chemin de la mer di Jules Dupré, opera che spicca per la vastità dello scenario e la luminosità del cielo.

Gli italiani e Barbizon

L’incontro con il naturalismo francese contribuì a rinnovare profondamente il linguaggio di numerosi artisti italiani, orientandoli verso un’osservazione più diretta della natura e della vita rurale. Tra questi spicca Giuseppe Palizzi, tra i primi a trasferirsi in Francia e a frequentare l’ambiente di Barbizon. Giunto nell’Île-de-France nel 1844 dopo la formazione napoletana, trovò nel confronto con i paesaggisti francesi un impulso decisivo per superare la tradizione più accademica e sviluppare una pittura attenta alla luce, all’atmosfera e all’osservazione del vero. In L’abbeverata, alcuni bovini raccolti presso una pozza d’acqua diventano protagonisti di una scena che richiama la lezione di Constant Troyon e rivela il profondo legame tra paesaggio e mondo animale che caratterizzò la sua ricerca.

Accanto a lui, Federico Rossano testimonia gli sviluppi della lezione francese nella pittura italiana della seconda metà del secolo. Nel pastello La raccolta del grano, realizzato durante il soggiorno in Francia, il tema del lavoro agricolo richiama la grande tradizione del realismo rurale di Jean-François Millet.

Una lezione ancora attuale Gli artisti della Scuola di Barbizon furono tra i primi a fare della natura il centro della propria ricerca, concependola come una realtà viva e complessa, degna di essere osservata e rappresentata nella sua autenticità. Una sensibilità che, a distanza di quasi due secoli, continua a suggerire riflessioni sul rapporto tra uomo e ambiente.

G. Palizzi, L’abbeverata

Archiviato in:Cultura e Arte Contrassegnato con: Fondazione Di Persio Pallotta, La scuola di Barbizon, Museo dell'Ottocento

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