di Ernesto Grippo*
Le giunte comunali non hanno più compiti gestionali diretti negli enti locali, con l’entrata in vigore della Legge 8 giugno 1990, n. 142. Una riforma che ha introdotto il principio di separazione tra indirizzo politico-amministrativo (riservato agli organi politici) e gestione amministrativa (affidata esclusivamente alla dirigenza). Sino a quella data, sindaco e assessori avevano una competenza generale e residuale. Oltre agli atti di indirizzo, si occupavano di adozioni, assunzioni, appalti e gestione del personale. La Legge 142 ha sottratto questi poteri agli assessori, attribuendo la gestione e l’adozione degli atti di spesa e organizzativi ai dirigenti. Alla Giunta è rimasto il compito di tradurre gli indirizzi del Consiglio in programmi gestionali concreti (ad esempio tramite il Piano Esecutivo di Gestione – PEG) e di svolgere funzioni di indirizzo politico. Un principio ribadito dal Testo Unico degli Enti Locali (TUEL), il Decreto Legislativo n. 267 del 2000.
L’articolo 107 del TUEL stabilisce che spettano ai dirigenti tutti i compiti di attuazione degli obiettivi e di gestione delle risorse, mentre alla Giunta rimangono le sole funzioni di governo e di indirizzo. In questo contesto non si riesce ancora a superare il problema delle delibere o degli atti di indirizzo per i quali si è sempre avuta difficoltà nella lineare applicazione del principio di separazione delle competenze. Spesso, infatti, si è trattato di atti solo formalmente di indirizzo, che invece si sono rivelati delle vere e proprie scelte gestionali con contenuti vincolanti che hanno portato a responsabilità penali, civili e contabili in capo a sindaci e presidenti.
Si trovano delibere di indirizzo che sono veri e propri atti gestionali e che i dirigenti devono attuare, ma pena che cosa? Nulla! Nulla, perché la gestione è prerogativa del dirigente che la attua sulla base dei principi di legalità efficacia, efficienza. Il sindaco e la giunta dopo essere stati eletti traducono il programma di mandato in programma di governo e successivamente in obiettivi da assegnare ai dirigenti con il Piano esecutivo di gestione che attribuisce le risorse finanziarie.
L’assessore, collaboratore del sindaco, esprime la sua volontà solo con atti collegiali – le delibere di giunta – e non ha alcun potere di gestione e di ingerenza nell’attività dei dirigenti che sovrintendono le competenze a lui delegate.
Il Codice degli appalti, che sull’onda lunga della sburocratizzazione e velocizzazione, consente affidamenti diretti di servizi e lavori per importi sono a 150.000 euro, che possono aumentare sino a 225.000 circa, è uno strumento delicato perché la scelta diretta senza gara presta un fianco enorme alle ingerenze della politica. Se la classe dirigente non è con la schiena dritta, se è sotto ricatto della politica perché deve essergli grata per trovarsi in quel posto o perché non in grado di assolvere al proprio compito. Ed ecco il proliferare di assunzioni a tempo determinato dei dirigenti che sono facilmente ricattabili con la mancata conferma alla scadenza.
Le cronache giudiziarie, locali e non, raccontano di assessori che usurperebbero i dirigenti nella loro funzione ritenendosi nelle condizioni di assicurare o promettere atti di gestione, propri dei livelli burocratici. I cittadini e le imprese che si rivolgono alla politica per chiedere favori, assegnazioni di appalti, servizi, beni e quant’altro sono la genesi del male. La politica che ne raccoglie le istanze, ritenendo di poter gestire, si contagia e spera di contagiare la burocrazia in nome del consenso che sempre di più è generato da questo corto circuito.
Ma poi c’è la classe dirigente amministrativa che, se all’altezza dai punti di vista professionale e morale, ha in mano il vaccino della legalità che respinge privilegi, favori e amichettismi, operando nel rispetto delle leggi , anche se non rispettandole non rischia più nulla grazie all’abrogazione dell’abuso d’ufficio. Se l’ultimo baluardo della legalità, con i segretari generali in avamposto, è fragile , permeabile e connivente il post Tangentopoli è servito con un ritorno al passato.
*Già dirigente della Regione Abruzzo
