Per Albastros, con prefazione di Barbara Alberti, un libro che è uno spaccato d’Italia
Per le nuove voci della casa editrice Albatros, è disponibile da alcuni giorni il volume di Mario Collevecchio 70 storie nella PA e dintorni. Prefazione di Barbara Alberti. Un viaggio nella pubblica amministrazione dal Dopoguerra ad oggi. Un Virgilio contemporaneo, Mario Collevecchio. Ci accompagna nell’Inferno e nel Purgatorio della burocrazia italiana. Le 70 storie del volume sono narrate da chi ha le carte in regola per essere modello di stile e simbolo della ragione umana nei dedali dell’intellighenzia, maestro di scrittura e di linguaggi puliti e immediati.
Il Signor G della canzone italiana ha sempre sottolineato come nessun cambiamento politico o amministrativo può dare vita ad un cambio di prospettive se la pesantezza della burocrazia rimane integra. Collevecchio ha trascorso una vita nella direzione ostinata e contraria, verbo dell’immortale Fabrizio De Andrè, rispetto alle idee della massa ma soprattutto alle regole del potere.
Il Dna di Collevecchio affonda le radici nel Dopoguerra di una famiglia di cinque figli con il padre travolto dalla guerra e la madre pronta a immolarsi per educarli alla vita morale e sacrificata. E’ ufficiale di scrittura come vice ragioniere di prefettura, con la bella calligrafia che gli sarebbe poi stata utile per compilare il primo libro mastro della neonata regione Abruzzo nel 1970.
Una scalata sociale scandita dagli studi nella Casa dello Studente di Roma, dove tutti dedicavano almeno 14 ore giornaliere a studio e lezioni, mentre un suo compagno di stanza si vergognava di andare a casa, dove il padre contadino lo considerava fannullone perché non lavorava la terra ma aveva preferito studiare. Il trasferimento improvviso dalla Prefettura di Chieti alla neonata Prefettura di Pordenone, non per punizione ma per essere stato considerato tra i migliori d’Italia. Quella laurea in economia a Roma, perché in Abruzzo non esistevano facoltà, conquistata con viaggi su treni di terza classe a vapore in sette ore da Pescara. Quella tesi scritta su carta velina con copertina in cartone, perché questo poteva permettersi.
Poi la Provincia di Pescara come vice direttore e direttore di ragioneria prima del passaggio alla Regione Abruzzo come capo dipartimento della sanità. Subito immerso nella palude della corruzione pacchiana alla Toto e Aldo Fabrizi nei Tartassati. I moti per L’Aquila capoluogo e quella targa falsa autorizzata per fuggire dalle aggressioni.
Mario-Virgilio ci conduce nel mondo dell’alta burocrazia a partire dal Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria, siamo nel 1978 quando nasce il sistema sanitario nazionale. L’incontro-scontro con il professor Glauco Torlontano per salvare tre bimbi appena in tempo. Il doppio salto carpiato in avanti nel Veneto bianco per dirigere la sanità con il potentissimo presidente Bernini che sceglie i migliori in Italia . E’ solo il 1988, ma il Veneto è già informatizzato e Mario decide di trasformare il bilancio di previsione da strumento contabile a strumento di governo. Il Veneto e l’alta società con le sue contraddizioni e piccolezze, tra furti di posate alla cena con l’Aga Khan e Agnelli al concerto dei Pink Floyd con strascichi fisici e politici e l’ingresso dalla finestra in un Consiglio Regionale bollente. Bernini lo considera il suo uomo di fiducia e quando arriva al ministero dei Trasporti lo vuole al suo fianco come direttore generale dove constata le sclerotizzazioni dell’alta burocrazia ma non si rassegna. Mario-Virgilio redige per anni il Conto Nazionale dei Trasporti, riceve il plauso del presidente Scalfaro, e anche il Piano Generale dei Trasporti che guarda lontano ma si scontra con la miopia della politica.
Il suo ritorno a Pescara è per amore della sua terra, ma i pescaresi non l’hanno capito e hanno perso la grande occasione della loro vita. Eletto Sindaco, primo dei sindaci con l’elezione diretta, punta da subito al rinnovo dalla macchina amministrativa e trova resistenze vergognose con la struttura che gli propone di affidarsi a consulenti esterni, un ammutinamento bello e buono. Cerca di restituire dignità al Consiglio comunale esortando look consoni ai consiglieri e all’usciere personale che, dopo sei mesi, quando il Tar annulla l’elezione torna a presentarsi in servizio come prima del suo avvento: barba lunga, in disordine, divisa sdrucita. E’ la cifra di una realtà passata e presente.
Introduce, Collevecchio, la trasparenza e l’ascolto, tratta con l’imprenditoria privata nell’ottica esclusiva del bene publico e colui che ci si trova commenta “era meglio la tangente”. Tant’è. Ma Pescara resta nel suo cuore e torna alla Provincia da direttore generale dove trova le ennesime resistenze di una burocrazia incrostata e corrotta. Si spende senza mezzi termini per restituire dignità ai dipendenti e efficienza all’ente. Il viaggio nell’Inferno e nel Purgatorio di Mario-Virgilio termina con una fuga in avanti… un sogno.
Ernesto Grippo
