di Ernesto Grippo*
“Se penetrata a fondo nei valori e nelle credenze fondamentali, la corruzione rende enormemente difficile la reazione della società civile”, lo scrive il politologo Gianfranco Pasquino nel lemma corruzione politica nel Dizionario di Politica coordinato da Norberto Bobbio. E proprio su questa difficoltà della reazione della società civile è utile riflettere. Quella società civile che all’epoca di Tangentopoli scese in strada per indignarsi, ribellarsi, schierarsi dalla parte della legalità, ma poi sembra essersi dissolta. Riflessione da fare a margine delle motivazioni rese pubbliche per la condanna, in primo grado, a due anni di reclusione (pena sospesa) di un dirigente ai lavori pubblici del Comune di Pescara, Fabrizio Trisi.
Dirigente con nomina fiduciaria prima del sindaco Luigi Arbore Mascia e poi del sindaco Carlo Masci, entrambi di Forza Italia. A giugno 2023, Trisi veniva arrestato per un giro di tangenti e cocaina alla base di affidamenti diretti di appalti per lavori. Quegli affidamenti diretti resi possibile da un Codice degli Appalti vergognoso che, con la scusa di velocizzare affidamenti di lavori e servizi, prevede la possibilità di non procedere ad alcuna gara, nemmeno alla richiesta di tre preventivi, con assegnazione diretta. Affidamento che in corsa d’opera può lievitare di oltre il 50% . Si arriva a circa 225.000 euro, 450 milioni di vecchie lire per i nostalgici, che vanno a un’impresa che non offre un lavoro o un servizio a prezzo vantaggioso perché non compete con nessuno, ma ha solo il merito di conoscere il dirigente o l’assessore o, peggio, il sindaco.
Nel caso di Pescara, il dirigente era un uomo di fiducia del sindaco e la ditta coinvolta era certamente di fiducia del dirigente. Il nuovo Codice degli Appalti, groviera per la corruzione ad ogni livello, stabilisce anche che per lavori oltre i 150.000 euro e sino ad 1 milione si richiede una procedura negoziata senza bando, invitando cinque operatori, se esistenti, e viene aggiudicata con il criterio del prezzo più basso o dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Procedura facilmente telecomandabile così come quella per lavori da un 1 milione di euro e sino a 5.404.000 euro, oltre 10 miliardi di vecchie lire.
L’affaire appalti e cocaina in riva all’Adriatico non ha coinvolto la politica sul versante giudiziario. Lascia ombre, però, sulla disinvoltura mostrata nella scelta di un dirigente avvezzo alle sostanze stupefacenti. A tal proposito tanti pescaresi, che di recente hanno attraversato viale Bovio, si sono stupiti nel vedere lo stesso ex dirigente fare il moviere nei lavori per il rifacimento delle aiuole, un appalto pubblico di oltre 500.000 euro. Un ex dirigente che, non più dipendente pubblico, lavorava presumibilmente per quella ditta, in violazione delle regole sulla sicurezza perché privo di dispositivi di protezione individuale obbligatori ma non contestate, almeno così davanti ai miei occhi, da pattuglie della Polizia locale in transito.
Ma torniamo alla difficoltà di reagire della società civile che emerge in tutta la sua plasticità proprio nella storia pescarese. Perché a febbraio 2024, dopo 8 mesi dagli arresti per appalti e cocaina, l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) dedicava una sua pagina a Pescara con il titolo Pescara, appalti di lavori sempre agli stessi operatori, violati Codice e buona a mministrazione. Anac, presieduta all’epoca da Giuseppe Busia, che rilevava una “gestione non conforme degli affidamenti di lavori , ripetuta negli anni “2020, 2021, 2022 e primo trimestre 2023″.
Scriveva l’Autorità che “Gli affidamenti diretti del Comune di Pescara risultano complessivamente 261 (87,5%) così suddivisi: 73 nel 2020, 86 nel 2021, 98 nel 2022 e 4 nel primo trimestre del 2023; mentre le procedure negoziate ammontano a 32 (10,7%) di cui 12 nel 2020, 5 nel 2021, 12 nel 2022 e 3 nel 2023. Sono invece presenti soltanto 5 procedure aperte (1,6%) per tutto il triennio di riferimento il primo trimestre 2023”.
I 261 affidamenti diretti, se sono stati in media di 100.000 euro, equivalgono a oltre 26.000.000 di euro che potrebbero essere anche molto di più se fossero stati al limite della soglia con l’aumento di cui sopra ed arrivare oltre 60.000.000 di euro. Appalti tutti gestiti da quel dirigente condannato a due anni di reclusione, Trisi.
Scrive l’Anac sul caso Pescara: “Rivolgersi sempre alla stessa platea di operatori economici, sia in relazione agli affidamenti diretti, che per quanto riguarda gli inviti alle procedure negoziate. Infatti, si è riscontrato spesso che molte procedure venissero affidate anche a distanza di poco tempo alle stesse imprese, le quali poi risultavano destinatarie anche di inviti alle poche procedure negoziate effettuate, in palese violazione del Codice degli Appalti”.
L’Anac ricordava che “Il principio di rotazione comporta prima di tutto il divieto di affidamento diretto o invito a procedure negoziate nei confronti del contraente uscente e dell’operatore economico invitato e non affidatario nel precedente affidamento”.
E poi si rivolgeva al Comune di Pescara ricordandogli che “Avrebbe dovuto cercare di diversificare maggiormente la scelta delle potenziali controparti contrattuali, ampliando la platea di operatori economici a cui rivolgersi. E ciò a garanzia, non solo del principio di concorrenza, ma anche del principio di economicità ed efficacia della pubblica amministrazione, la quale potendo esaminare un maggior numero di offerte provenienti da operatori differenti, sarebbe facilitata nello scegliere quella più consona alle esigenze del caso”.
Tradotto: per tre anni e tre mesi, tutto nell’era del sindaco Carlo Masci, sono stati fatti troppi affidamenti diretti ed è stato violato ripetutamente il principio di rotazione a danno dell’economicità e dell’efficacia.
Mi spiego meglio, appalti che meritavano di essere gestiti meglio, con la ciliegina sulla torta delle regole sui certificati di collaudo tecnico amministrativo che sino a 150.000 euro vengono sostituiti dal certificato di Regolare esecuzione redatto e rilasciato direttamente dal direttore dei Lavori o addirittura dal Responsabile unico del procedimento. Anche da 150.000 a 1 milione di euro il collaudo non è obbligatorio e il certificato di Regolare esecuzione è redatto direttamente dal direttore dei Lavori.
In senso generale, vere e proprie autostrade a tre corsie per la corruzione nella peggiore delle ipotesi e per lavori troppo costosi e poco efficaci nella migliore delle ipotesi. Il tutto facilitato dall’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, che rende ridicolo il principio di rotazione la cui violazione è solo sconsigliata ma non ha conseguenze. E di fronte a questo spaccato desolante di corruzione conclamata e potenziale, di lavori antieconomici e non efficaci, la reazione della società civile è la grande assente.
Per le ragioni addotte da Pasquino, per ignoranza, per disinteresse per connivenza? E’ certo che una città che accetta supinamente un tempesta giudiziaria amministrativa di questa portata merita di essere analizzata sotto molti profili, da quello culturale a quello storico e sociale. Il degrado morale e urbano si confondono per dare vita ad una desolante quotidianità.
*Già dirigente di Enti pubblici
