di Ernesto Grippo*
Il tema della sicurezza è tra quelli più scottanti e delicati da tanti anni, forse troppi. I cittadini anche in passato chiedevano più sicurezza ad ogni livello e le loro richieste erano indirizzate alla Polizia di Stato ed ai Carabinieri. Questure , commissariati di Pubblica sicurezza erano in prima fila, le guardie di pubblica sicurezza sino al 1980 erano coloro che assolvevano a questo compito. La Polizia di Stato era una forza militare con pro e contro per gli operatori, certamente sottoposti a stress lavorativi inimmaginabili.
Ricordo che mio padre, nel 1966 , dirigeva il commissariato di Pubblica sicurezza di Pescara Porta Nuova, due volte a settimana funzionario di turno in Questura. Turno dalle 22 alle 6 , in strada con i suoi uomini per il controllo del territorio, a 62 anni. Alle sette tornava a casa: doccia colazione, e alle otto il suo autista con la Fiat 600 d’ordinanza lo accompagnava nel commissariato, davanti all’Istituto Nostra Signora. Una sera l’infarto, che non si curava con angioplastica, ma solo con riposo e digitale. Il Questore chiamò a casa il secondo giorno e gli chiese di rientrare in servizio altrimenti sarebbe stato sostituito e trasferito. Rispose comandi e dopo due ore era al suo posto. Quando andò in pensione nel 1969 il Ministero decise di chiudere il commissariato, mentre Pescara esplodeva urbanisticamente e Porta Nuova si preparava ad accogliere quartieri difficili. Scarsa lungimiranza.
Ma torniamo al 1981, quando con la Legge 121 la Polizia è smilitarizzata, si ridisegna l’intera struttura dell’amministrazione della Pubblica sicurezza prevedendo il coordinamento tra tutte le forze di polizia. Da una visione puramente repressiva si passa ad un approccio di tutela dell’ordine, della sicurezza pubblica e dei diritti dei cittadini. Si depenalizza gran parte del Testo Unico di Pubblica sicurezza.
Da quel giorno è Il ministro dell’Interno che ha i compiti in materia di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica. Nel territorio è il prefetto della Provincia che lo rappresenta e ha (art. 12) “la responsabilità generale dell’ordine e della sicurezza pubblica nella provincia e sovraintende all’attuazione delle direttive emanate in materia. Assicura unità di indirizzo e coordinamento dei compiti e delle attività degli ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza nella provincia, promuovendo le misure occorrenti”.
Il legislatore ricorda che “a tali fini il Prefetto deve essere tempestivamente informato dal questore e dai comandanti provinciali dell’Arma dei carabinieri e della Guardia di finanza su quanto comunque abbia attinenza con l’ordine e la sicurezza pubblica nella provincia”. E chiosa che “Il Prefetto dispone della forza pubblica e delle altre forze eventualmente poste a sua disposizione in base alle leggi vigenti e ne coordina le attività”.
Bene. Tutto questo è stato scritto nel 1981 è non è stato mai modificato. Ma nel 2008 con il primo pacchetto sicurezza (ministro Maroni) e nel 2017 con un altro intervento del legislatore (ministro Minniti) si crea il neologismo sicurezza urbana. E si comincia a pattinare sul ghiaccio.
La sicurezza urbana è definita come “quel bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città da perseguire anche attraverso la riqualificazione e recupero delle aree o dei siti più degradati , l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale , la prevenzione della criminalità , in particolare di tipo predatorio, la promozione del rispetto della legalità e l’affermazione dei più elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile”. A questa nobile finalità concorrono Stato, Regioni ed enti locali. Regioni profetiche (Emilia Romagna in primis) elaborano da subito politiche di sicurezza urbana che oggi danno i frutti. L’Abruzzo dorme.
Ma sono gli enti locali ed i loro sindaci che si ritrovano a dover progettare, giustamente, politiche urbanistiche e politiche sociali lungimiranti. Si decide di attribuire ai primi cittadini poteri di ordinanza molto estesi, forse troppo, perché spesso risultano veri e propri boomerang. I sindaci si tuffano nell’agone e non si risparmiano si sentono l’avamposto della sicurezza, e cadono nella trappola. Le Polizie locali si trovano ad essere tirate per la giacca a destra e manca.
Le ultime schermaglie sulla sicurezza a Pescara ne sono una ricostruzione plastica. L’opposizione che denuncia lo spaccio continuo in alcuni quartieri ed il vice sindaco che risponde “la Polizia locale è stata avvisata”.
Ilsindaco che sui social rassicura “Città presidiata ogni ora dalla Polizia locale” e precisa che ogni giorno le pattuglie della polizia locale…. “mi inviano foto a ogni passaggio nei punti più sensibili…passa , controlla, verifica la situazione e ripassa a fine turno”.
La pubblica sicurezza e l’ordine pubblico restano una competenza dello Stato , la Polizia Locale ai sensi della legge 65 del 1986 , che tutti i Governi dicono di voler riformare, a chiacchiere, dispone che le Polizie locali “collaborino con le Forze di Polizia dello Stato, quando ne viene fatta , per specifiche operazioni, motivata richiesta dalle competenti autorità”. Non certo random tutti i giorni e a vuoto.
I sindaci evitino di sentirsi il baluardo della sicurezza, se hanno fatto il loro su politiche sociali e inclusive, urbanistica, quartieri mantenuti bene e con ottima illuminazione. Se accade, possono e devono rispedire al mittente le accuse per una città insicura e porre le questioni sul tavolo del Comitato provinciale dell’Ordine e sicurezza pubblica, dove non è nemmeno prevista la convocazione della Polizia Locale a meno che il prefetto non intenda coinvolgerla, e se lo fa non per questo può diventare il capro espiatorio per non essere in grado di garantire una polizia di sicurezza che richiede formazione e competenza e che spetta alle forze di Polizia dello Stato e tra queste non c’è la Polizia locale.
*Comandante Polizia locale Roseto degli Abruzzi
