Il dramma delle Foibe Fucilazione di italiani a Dane, ora Slovenia (31 luglio 1942)
di Giovanni Staffilano
In queste terre di confine, dove la pietra del Carso incontra il verde del Friuli, dire mai molar non è un modo di dire. È una cicatrice. È un giuramento fatto sottovoce. Oggi, è il Giorno del Ricordo. Ho imparato a conoscere l’anima di questa gente non dai libri, ma guardando negli occhi i miei maestri. Uomini come Alfredo Calligaris e Leonardo Vecchiet, e attraverso di loro giganti come Enzo Bearzot e Bruno Pizzul. In loro, tutti friulani, non ho mai visto lamenti, ma quella fermezza antica di chi conosce il peso della vita e sceglie di portarlo con schiena dritta. È da loro che ho capito che qui la dignità vale più delle parole. Per decenni, questo popolo ha dovuto ingoiare la violenza due volte. La prima volta quando è stato braccato, infoibato, strappato dalle case in Istria e Dalmazia. La seconda, ancora più crudele, quando ha trovato ad attenderlo il silenzio.
Mentre altrove si celebravano le liberazioni, qui si nascondevano i morti. Per cinquant’anni, la politica italiana ha ridotto un genocidio a un imbarazzo, una nota a margine da cancellare. Ci hanno detto che quel dolore non esisteva, che le vittime non meritavano il lutto nazionale.
Immaginate cosa significhi ricostruirsi una vita sapendo che lo Stato non vi riconosce, che nessuno vi chiederà scusa.
Eppure, come mi hanno insegnato i miei maestri, questo popolo non ha urlato. Non ha chiesto pietà. Ha fatto l’unica cosa che sapeva fare: ha serrato la mascella e ha lavorato. Nessuno ci ha aiutato, e allora abbiamo imparato a non aver bisogno di nessuno. È la stessa rabbia muta e costruttiva esplosa nel 1976. Quando il terremoto ha sbriciolato mille anni di storia in un minuto, il mondo si aspettava la resa. Si aspettava la mano tesa per l’elemosina. Invece, ha trovato il fasìn di bessoi. Facciamo da soli. Mentre le istituzioni vacillavano, i friulani erano già sui tetti. Non hanno aspettato i permessi per rialzarci, non hanno aspettato che qualcuno si accorgesse di loro. Hanno ricostruito tutto com’era e dov’era, non per nostalgia, ma per orgoglio.
Ecco perché, quando sentite dire mai molar, non pensate a uno slogan. Pensate a un padre esule che ha ricominciato dal nulla senza odio. Pensate a chi ha spalato macerie senza lacrime. Pensate allo sguardo rigoroso di uomini come Vecchiet e Bearzot. Parliamo di un popolo massacrato, negato, dimenticato e poi colpito al cuore dalla natura, che ogni volta si è rialzato più forte. Un popolo che ha trasformato l’abbandono nella sua forza più grande. Ci avete provato a cancellarci. Ci avete provato a spezzarci. Ma noi siamo ancora qui.

